Studio Legale Sant Andrea



 

 

Titoli feudali e Riconoscimento

Il Regime Feudale

 

Il feudo era un territorio dotato di autonomia creato dal Sovrano nell’ambito della proprietà territoriale della Corona. Esso veniva elevato ad un grado nobiliare secondo i meriti e le virtù del l’investito. I feudi potevano essere compravenduti, donati o pignorati, per esempio, si legge alle pagg. 73 e 74 dell’opera “La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia”, volume primo, di San Martino De Spucches: “Vincenzo Imbarbara, acquistò da Federico Crispo il feudo di Alia […], Don Filippo Crispo, barone di Prizzi s’investì a 4 maggio 1546 quale marito di Fiordiligi Imbarbara ed Osorio […], Giovanni Battista Celestri e Celestri, prese investitura delle baronie di Alia e terra anonima […] per la morte di Marianna Celestri sua madre […]”. Ancora, a pag. 235, volume VII di detta opera si legge: “Egidio Pietrasanta s’investì di questo titolo (principe di San Pietro, ndr) a 1° febbraio 1744 […]. Vendette questa terra di San Pietro, col suo territorio, a Giuseppe Maria Chiarenza e Trigona […] si riservò per sé e i suoi il presente titolo ad honorem […]”. Ancora nell’opera Calatubo dalla protostoria a nostri giorni di Vincenzo Regina, Cartograf, Alcamo 1985, pag. 39) si legge: “Graziano Ballo il 9 febbraio del 1583, per atto in not. Antonino Lazara di Palermo (Archivio di Stato di Palermo, vol. 1681, Ind. XII, 1583-84, ff. 627v-647v.) poté comprare il feudo e la baronia di Calatubo dal Conte di Caltabellotta e Duca di Bivona, Giovanni De Luna e Peralta che ne era venuto in possesso per investitura del 26 settembre 1576, a causa della morte del padre, D. Pietro; la ratifica da parte del Duca fu fatta il 26 marzo 1583 per gli atti del not. Raffaello Risalibi di Bidona”.
Re Carlo III di Borbone con Reale Decreto 25 giugno 1756 stabilì che le famiglie proprietarie di un feudo nobile avrebbero potuto iscriversi nella classe della “nobiltà generosa” del Regno.
Col capitolo Volentes di Federico d’Aragona del 1296 venne ammessa la facoltà, senza bisogno del preventivo assenso regio, di permutare, di pignorare, di donare e di disporre per testamento del feudo, anche col titolo, per atto fra vivi o per causa di morte in favore di persone più degne o della stessa dignità dell’alienante, con esclusione delle chiese o persone ecclesiastiche e col diritto, in certi casi, di prelazione per la regia Corte (DIRITTO NOBILIARE ITALIANO – CARMELO ARNONE – ULRICO HOEPLI – MILANO 1935 – pag. 35).
Il Tribunale Civile internazionale, organo permanente della Corte Europea di Giustizia Arbitrale di Lugano, osserva molto autorevolmente nella sentenza pronunciata il 30 ottobre 2006 n. 1/06, resa esecutiva nel territorio della Repubblica Italiana con decreto del Presidente del Tribunale Ordinario di Lugano in data 25-01-2007, rep. n. 167, che: “Sembrerebbero ostare a questo regime il capitolo “Si aliquem” di Re Giacomo d’Aragona e le prammatiche di Ferdinando I di Borbone 3 ottobre 1786 e 14 novembre 1788; e tuttavia questo Tribunale ritiene che, avendo il capitolo “Volentes” consentito non solo la vendita del feudo e del relativo titolo, ma anche la successione testata a favore di persona non parente, i feudatari siano rimasti liberi di disporre testamentariamente di feudo e titolo a loro piacimento, dovendosi intendere che tanto la costituzione “Si aliquem” di Re Giacomo, quanto le due indicate prammatiche di Ferdinando I delle Due Sicilie abbiano avuto a loro oggetto la successione legittima e non già quella testata”.

 

Acquisizione del titolo nobiliare in base al suo possesso pubblico e pacifico.

 

L’art. 14 del regolamento per le controversie araldico – nobiliari della Corte Europea di Giustizia Arbitrale testualmente recita: “In analogia a quanto disposto dall’art. 133 del R. D. 21 gennaio 1929, n. 61, sull’ordinamento dello stato nobiliare italiano e sull’acquisto delle distinzioni nobiliari in base al possesso pubblico e pacifico per lungo uso, è riconosciuto in via incidentale al possessore di un titolo nobiliare il diritto a succedere all’ultimo investito, qualora detta ultima investitura si sia verificata prima del 10 agosto 1812 o in una data anteriore all’abolizione del feudalesimo.
La prima e l’ultima investitura debbano essere rigorosamente provate con documenti di archivio rilasciati dalla Pubblica Amministrazione.
Al possesso del titolo nobiliare si applicano le norme sul possesso del codice civile italiano.
Il possesso pubblico e pacifico del titolo nobiliare deve essere certificato da un notaio”.
Possono essere oggetto di possesso i titoli nobiliari la cui ultima investitura si sia verificata in data anteriore al 10-08-1812, perché prima di detta data i titoli nobiliari, senza preventivo assenso regio, secondo il “Capitolo Volentes” di Re Federico d’Aragona del 1296, potevano essere permutati, pignorati, donati e disposti per testamento, (Diritto nobiliare italiano storia ed ordinamento, manuali Hoepli, Carmelo Arnone, Ulrico Hoepli, Milano, 1935 pag. 35).
Dopo il 10 agosto 1812 i titoli nobiliari si convertirono in titoli onorifici di proprietà esclusiva della Corona, fondati su un rapporto concedente – concessionario, trasmissibili jure sanguinis ai discendenti del primo concessionario, secondo regole predeterminate.
L’art. 14 del regolamento per le controversie araldico – nobiliari amministrate dalla Corte Europea di Giustizia Arbitrale, riconosce a colui che possiede un titolo nobiliare in modo pubblico e pacifico il diritto a succedere all’ultimo investito, qualora detta ultima investitura si sia verificata in una data anteriore al 10 agosto 1812. Questa norma regolamentare, che può essere richiamata nella convenzione per arbitrato internazionale, ex art. 832 del codice di procedura civile italiano, primo comma, trova il suo antecedente nell’art. 133 del Regio Decreto 21 gennaio 1929, n. 61, sull’ordinamento dello stato nobiliare italiano, secondo cui, fino al 31 dicembre 1932, sarebbe stato legittimo l’acquisto “delle distinzioni nobiliari” in base alla prova del “possesso pubblico e pacifico per lungo uso” del titolo nobiliare.
In Italia, la cognomizzazione dei predicati nobiliari per scelta del legislatore costituzionale, ex II comma della XIV disposizione transitoria e finale, e per decisione della Corte Costituzionale, ex sentenza 101 / 1967, segue le regole che il vigente ordinamento detta per la tutela del diritto al nome; conseguentemente, stante la incostituzionalità della legislazione araldico – nobiliare, ex 1° comma della XIV disposizione transitoria e finale della Costituzione, il possesso delle distinzioni nobiliari è regolato dagli artt. 1140 e seguenti del codice civile italiano.
Secondo il prof. Aldo Pezzana, libero docente dell’università di Roma (in giur. ital. 1967, pag. 1334), il titolo nobiliare deve essere valutato come un diritto della personalità di natura schiettamente privata e sostanzialmente analogo al diritto al nome.
Per questi motivi, il possesso del titolo nobiliare è disciplinato dal Codice Civile vigente.
Nell’ordinamento giuridico il concetto di possesso corrisponde al potere di fatto su una cosa, che si manifesta non solo in una attività corrispondente all’esercizio del diritto di proprietà, ma anche di qualsiasi altro diritto reale. – Cass. 21-10-1971, n. 2968, rv. 354232.
Gli elementi del possesso sono: a) l’animus; b) la capacità di agire; c) il corpus.

A) L’animus
L’animus possidenti si presume in colui che esercita il potere di fatto sulla cosa, corrispondente all’esercizio del diritto di proprietà o di altro diritto reale.
L’animus possidenti, necessario all’acquisto della proprietà per usucapione da parte di chi esercita il potere di fatto sulla cosa, non si fonda nella convinzione di essere proprietario, bensì nella convinzione di comportarsi come tale, di conseguenza la consapevolezza di possedere senza titolo non esclude che il possesso si utile ai fini dell’usucapione. – Cass. 15-07-2002, n. 10230, rv. 555727. Ancora, l’animus possidenti non è escluso dalla consapevolezza di possedere senza avere alcun valido titolo che ne legittimi il potere. – Cass. 27-05-2003, n. 8422, rv. 563618.

B) La capacità di agire
Per l’acquisto del possesso non occorre la capacità di agire, necessaria per i negozi giuridici, ma è sufficiente la capacità di intendere e di volere.


C) Il corpus
Il corpus del possesso non va inteso in senso materialistico, ma in funzione dell’utilità che la cosa può fornire, che si manifesta in un’attività corrispondente all’esercizio della proprietà o di altro diritto reale. Il potere sulla cosa implica un vasto concetto di possibilità di signoreggiare la cosa, che dal materiale contatto può eventualmente prescindere, purché tra la persona e la cosa non si frappongano ostacoli gravi e duraturi tali da impedire un’attività corrispondente all’esercizio della proprietà o di altro diritto reale. – Cass. 23-10-1969, n. 3470, rv. 343589.
Il 1° comma dell’art. 1145 codice civile dichiara senza effetto il possesso delle cose di cui non si può acquistare la proprietà. La norma si riferisce ai beni che non possono costituire oggetto di possesso da parte di un privato; per esempio, una strada soggetta al regime di demanio pubblico.
L’usucapione, ex art. 1160 c.c., di una universalità di mobili o di diritti reali di godimento sopra la medesima si compie in virtù del possesso continuato per venti anni.
Il possesso acquistato in modo violento o clandestino non giova per l’usucapione, ex art. 1163 c.c..

 

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