Studio Legale Sant Andrea



 

 

Ordini Cavallereschi ereditari di Famiglia

La storia ci insegna che gli Ordini Cavallereschi hanno tramandato nei secoli il nome e molti di quegli ideali immortali “di sangue, dello Spirito, di virtù e del merito” che gli sono sempre appartenuti intimamente.
Gli Ordini, persi i caratteri dell’epoca delle prime Crociate, divennero appannaggio di Sovrani, che li plasmarono entro istituzioni legate al patrimonio personale o statuale e il cui scopo fu definito nella ricompensa di atti di devozione alla Nazione e alla Dinastia o nel riconoscimento dei meriti individuali e sociali nei vari campi di espressione della creatività e della carità umane e delle virtù civili e cristiane.
Le regole di comportamento degli appartenenti agli Ordini, originariamente stretti da voti religiosi, divennero, a imitazione dell’alto e glorioso retaggio cavalleresco, valori, patrimonio e modello di sostegno morale di tutta l’umanità, in ogni tempo: così, ad esempio, la fede in Dio, la condotta d’onestà e di solidarietà umana, la protezione dei deboli e degli indifesi, il culto dell’onore, il rispetto della parola data, il ripudio della menzogna e della violenza, la lealtà verso i propri stessi nemici, il rispetto della donna, la tutela delle vedove e degli orfani, la fedeltà al Sovrano, si fecero pregnante momento identificativo, morale e spirituale, dell’appartenenza all’Ordine della cavalleria astrattamente inteso.

Le vicende storiche che determinarono talvolta lo scioglimento degli Ordini non poterono intaccarne il forte radicamento nella coscienza dei popoli e di quelle famiglie i cui membri ne erano stati insigniti e avevano potuto fregiarsi di essi, e il costume di contrassegnare onorificamente il merito di quanti si fossero dimostrati degni è divenuto infine appannaggio d’ogni Stato contemporaneo.
Si deve osservare, peraltro, che tali istituzioni, ove appartenenti al patrimonio dinastico di famiglie già regnanti, sono state in grado di riaffermare se stesse non solo storicamente, ma anche giuridicamente. Il diritto internazionale, infatti, riconosce l’ istituto della pretendenza al trono, che sorge se manca la “debellatio”, vale a dire la perdita della sovranità per rinuncia alle proprie funzioni e alle particolari prerogative connesse all’effettivo esercizio del potere, perché spetta in ogni caso al sovrano, in qualunque modo sia stato spodestato, la continuazione d’alcune manifestazioni del potere regio: così, i titoli sovrani spettano al sovrano in quanto tale e ai suoi discendenti, e restano di questa natura anche quando il sovrano abbia perduto l’effettiva sovranità su di un territorio, perché la sovranità fa comunque parte del patrimonio della famiglia (sia pur priva del “jus gladii” vale a dire del diritto all’obbedienza da parte dei sudditi; del “jus majestatis”, ossia del diritto al rispetto e agli onori del rango; e del “jus imperii”, cioè della potestà di comando).
Pertanto, un sovrano potrà sì essere privato del trono e anche essere bandito dal paese, ma non potrà mai essere spogliato delle sue qualità native: in questa fattispecie, ha origine il pretendente al trono, che mantiene intatti quei diritti della sovranità al cui esercizio non è d’ostacolo la mutata posizione giuridico-istituzionale, mentre gli altri vengono sospesi.
Fra i diritti conservati integri è compreso il “jus honorum”, cioè il diritto di conferire titoli nobiliari e gradi onorifici di ordini cavallereschi di pertinenza ed ereditari facenti parte del patrimonio personale e dinastico della casata. Quando un’ istituzione cavalleresca è conforme al diritto internazionale è pertanto legittimata al conferimento di onorificenze al pari d’un qualsiasi Stato nazionale.

 

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