Studio Legale Sant Andrea



 

 

Accertamento incidentale – Incidentur Tantum –

Accertamento Giurisdizionale della spettanza dei Titoli Nobiliari.

 

L’insigne giurista avv. Giorgio Cansacchi, ordinario dell’Università di Torino, a commento della sentenza della Suprema Corte n. 987/1965, rileva che “l’accertamento preliminare della spettanza di un titolo nobiliare più precisamente dello status nobiliare di una persona [...]” può presentarsi necessario anche per altri fini, all’infuori della cognomizzazione del predicato. Può essere richiesta, ad esempio:
- per la necessità di constatare il diritto o meno di un soggetto a far parte di una data associazione (se lo statuto della medesima condiziona l’appartenenza del socio al possesso di uno status nobiliare);
- di constatare il diritto di un soggetto ad ottenere l’ammissione in un collegio, in un ente assistenziale, a godere di una borsa di studio, di un premio in denaro, di certe agevolazioni (allorché le tavole di fondazione dei relativi istituti od i regolamenti disciplinanti questi vantaggi condizionino il diritto del richiedente all’accertamento del suo status nobiliare).

Le ipotesi possono essere molteplici, l’azione principale non è diretta a far dichiarare l’appartenenza di un titolo nobiliare all’attore e ad enunciarne il pubblico riconoscimento, bensì a riconoscere all’attore un diritto patrimoniale o di altra natura che è condizionato, nella sua esistenza, al possesso di uno status nobiliare. Anche in questa ipotesi, come ben rileva la sentenza della Cassazione n. 987/1965, NON VI E’ ALCUN ATTENTATO ALLA PARI DIGNITA’ SOCIALE DEI CITTADINI, giacché ben possono gli statuti di un’associazione privata, le tavole di fondazione di un ente benefico, i regolamenti di vantaggi scolastici, le private disposizioni contrattuali o testamentarie condizionare l’attribuzione di certi diritti o di certi doveri a determinate situazioni obiettive dei destinatari, quale, ad esempio, quella di appartenere ad una famiglia considerata nobile (come potrebbe essere, invece, quella di appartenere ad una famiglia originaria di una data regione o di contare fra i propri ascendenti persone esercitanti una specifica professione, ecc.).
La Corte Costituzionale con sentenza 8/7/1967, n. 101, ha dichiarato incostituzionale le legislazione araldico – nobiliare nei limiti in cui ad essa si dà applicazione per l’aggiunta al nome di predicati di titoli nobiliari, ed ha stabilito che la tutela del diritto attribuito dal 2° comma della XIV Disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana sotto ogni aspetto deve seguire le regole che il vigente ordinamento detta per la tutela del diritto al nome.

La sentenza della Cassazione civile, sezioni unite, 24-03-1969, n. 938, ha testualmente confermato l’incostituzionalità della legislazione nobiliare se usata “quale veicolo per giungere alla cognomizzazione del predicato ex nobiliare [...]”.
Il giurista Giovanni Verde nel suo libro de il “Diritto dell’Arbitrato Rituale”, Giappichelli editore – Torino – 2000 – pag. 59, dice che gli arbitrati non possono avere per oggetto l’accertamento delle spettanze nobiliari in via principale, ma “si ammette la possibilità di arbitrato per le controversie patrimoniali consequenziali, ad eccezione di quelle relative agli alimenti”.
SI VUOLE DIRE CHE NELL’ARBITRATO RITUALE L’AZIONE PRINCIPALE NON DEVE ESSERE DIRETTA A FAR DICHIARARE L’APPARTENENZA DI UN TITOLO NOBILIARE, BENSÍ A RICONOSCERE ALLA PARTE UN DIRITTO PATRIMONIALE CHE E’ CONDIZIONATO AL POSSESSO DI UNO STATUS NOBILIARE, sicché l’accertamento di quest’ultimo viene ad essere compiuto “incidentur tantum”.
Il giudicato sostanziale (sentenza passata in giudicato) si estende anche alle questioni non controverse, ma è necessario che su queste ultime il giudice abbia compiuto un vero e proprio accertamento, così necessariamente e inscindibilmente collegato con il dictum finale, da non costituire la semplice affermazione, incidentur tantum, di uno dei presupposti logici della decisione, bensì l’oggetto, esso stesso, della statuizione finale. (Cass. 13-03-2003, n. 3737, rv. 561132).

 

Gli effetti della Sentenza pronunciata dai Giudici dell’Arbitrato.

 

I giudici dell’arbitrato esercitano la funzione giurisdizionale al pari dei giudici ordinari, per questi motivi il Decreto Legislativo 02-02-2006 n. 40, a decorrere dal 02-03-2006, ha stabilito che la sentenza pronunciata dai giudici dell’arbitrato (lodo), ha gli stessi effetti della sentenza pronunciata dall’Autorità Giudiziaria della Repubblica italiana, ex art. 824 bis c.p.c..
Tale formulazione dell’art. 824 bis del codice di procedura civile italiano ha risolto definitivamente i dubbi circa i limiti soggettivi ed oggettivi del giudicato arbitrale, arrivando ad applicare ad esso i medesimi criteri valevoli per il giudicato statale. Ne segue che la sentenza arbitrale estenderà i suoi effetti anche nei confronti del terzo titolare di situazioni dipendenti.
Permane l’esigenza di ottenere l’exequatur (decreto di esecuzione) da parte dell’autorità giudiziaria statale al fine di attribuire alle sentenze arbitrale (lodo) efficacia esecutiva.
Resta, pertanto, l’onere di depositare la sentenza arbitrale (lodo) presso la cancelleria del tribunale nel cui circondario si trova la sede dell’arbitrato, insieme con la convenzione di arbitrato. Il tribunale esaminata la legittimità formale dell’atto, con decreto, lo dichiara esecutivo (exequatur); dopodichè andrà trascritto e annotato in tutti i casi in cui sarebbe soggetta a trascrizione oppure ad annotazione la sentenza ordinaria avente il medesimo contenuto. Le parti sono portate a conoscenza del deposito dalla cancelleria ai sensi dell’articolo 133, comma 2°, c.p.c.; la sentenza arbitrale, ex art. 2908, costituisce modifica o estingue rapporti giuridici tra le parti, i loro eredi o aventi causa (cass. 15-03-1995, n. 3045, rv 491188) e l’accertamento contenuto nella sentenza pronunciata dai giudici dell’arbitrato passata in giudicato fa stato a ogni effetto tra le parti, i loro eredi o aventi causa, come per le sentenze ordinarie (Cass. Civile, sezione III, 29 maggio 1980, n.3552).
Il tutto, IN CONCLUSIONE, mira ad acclarare, ove l’accertamento giurisdizionale sia stato positivo, lo status nobiliare dell’avente diritto, legittimando giuridicamente la spettanza del titolo nobiliare, del predicato, dello stemma e delle qualifiche, qualora esistenti e configurate.

Tale atto di verifica vale come sentenza di accertamento giuridico-storico-nobiliare, innanzi alla magistratura italiana, dei titoli nobiliari e cavallereschi e degli annessi predicati e connesse spettanze, stemma e qualifiche, siccome refutati o concessi da un sovrano o da un principe pretendente al trono con “fons honorum” accertata giurisdizionalmente.
Ciò è proprio la diretta conseguenza della sentenza pronunciata dal Tribunale Civile Internazionale - organo permanente della Corte Europea di Giustizia Arbitrale di Lugano e del Tribunale Nobiliare Internazionale, organo permanente della Corte Europea di Giustizia Arbitrale di Lugano - corte composta da magistrati arbitrali e giudici di I grado.

La Corte Europea di Giustizia Arbitrale di Lugano.
Il ruolo delle camere arbitrali è previsto dalla Convenzione di New York del 10-06-1958 e della legge di riforma del diritto dell’arbitrato italiano del 2006.
L’art. 832 c.p.c., primo comma, infatti, prevede che la Convenzione d’arbitrato può fare rinvio ad un regolamento arbitrale precostituito. L’articolo suddetto detta alcune disposizioni generali per il caso in cui le parti si affidino ad una istituzione che organizza l’arbitrato.

 

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